NOTTE BIANCA PER UNA BUONA SCUOLA DELLA REPUBBLICA
Le immagini ed i servizi sulla pagina fecebook della “Notte bianca delle scuole” del 23 settembre 2015,
la giornata dell’equinozio e per l’equità delle/tra le scuole

 

UNA BUONA SCUOLA PER CHI?

Il nuovo anno scolastico è appena cominciato. Per noi insegnanti, per il personale tecnico amministrativo, per i dirigenti scolastici sarà un anno speciale, diverso dal solito, ma lo sarà anche per gli studenti e le studentesse, che poi altro non sono che i nostri amatissimi figli. Una nuova riforma, l’ennesima, incarnata dalla legge 107/2015 approvata a dispetto del contrasto generale di chi studia e lavora ogni giorno nella scuola e battezzata dal governo, forse troppo precocemente “Buona Scuola”, ci ha accolto fra le sue braccia ancora straniere, solo da pochi giorni.

Ebbene sappiamo, sentiamo che tale riforma, al di fuori degli ambienti scolastici, in alcuni strati della popolazione meno avvertita e meno informata, gode di buona accoglienza.

Noi insegnanti non pretendiamo affatto, come qualcuno pensa, di avere la verità in tasca, né pensiamo che il nostro sistema scolastico pubblico non abbia bisogno di essere aggiornato e reso compatibile con le domande e i bisogni che una società in rapida trasformazione come la nostra reclama. Ma ci chiediamo, è questa la strada giusta? E ancora, abbiamo capito davvero di cosa si tratta e dove ci porta?

È sempre sorprendente e per certi versi spaventoso accorgersi di come la propaganda e l’informazione interessata, possano penetrare nella coscienza di milioni di persone così facilmente e così profondamente. Per questa riforma della scuola sono bastate poche parole-valigia, belle parole, cariche di senso: Merito, Valutazione, Posto fisso, Responsabilità, Autonomia, Flessibilità…

Ma le parole-valigia, e noi insegnanti lo sappiamo bene, non sono neutre, possono risultare alla prova dei fatti perfino vuote, oppure piene di pericoli così come rispondenti effettivamente ai bisogni che dichiarano di voler soddisfare. A volte si caricano di poesia, a volte di verità, a volte di sofferenza, a volte di bellezza. Ma quando le parole della Politica non rispondono agli interessi generali, quando vanno alla ricerca di consenso ad ogni costo, disposte perfino a forzare i confini della nostra Carta costituzionale, inevitabilmente diventano ingannevoli. La storia delle riforme che hanno coinvolto la scuola pubblica nel corso degli ultimi vent’anni avrebbe dovuto insegnare qualcosa.

E invece no, il veleno inoculato lentamente, con il sorriso sulle labbra e le belle parole, è ormai giunto alla sua meta finale, la metamorfosi è a portata di mano, la scuola delle disuguaglianze a un passo.

A questo punto noi insegnanti potremmo attaccare con un elenco lunghissimo di lamentazioni, peraltro più che giustificate, ma non lo faremo perché troppi sono coloro che hanno tentato di mettere in contrapposizione i nostri diritti con le esigenze della scuola, degli studenti e delle famiglie. Non cadremo in questo stupido gioco al massacro. Oggi, più che la nostra condizione individuale di lavoratori della conoscenza, in gioco c’è l’esistenza stessa della nostra scuola pubblica statale e di conseguenza la qualità stessa della nostra democrazia.

Vi sarete accorti che, da qualche anno, chi parla di scuola lo fa come se parlasse di un negozio, di un’azienda, di una impresa. Ci sono le “offerte” formative, si cerca di “risparmiare” razionalizzando, gli utenti-genitori sono chiamati continuamente a finanziare servizi che dovrebbero essere gratuiti, i responsabili sono diventati “dirigenti” e non più presidi, le scuole si fanno “pubblicità” sui giornali e sulle Tv locali, i “profitti” degli alunni sono valutati con i test, intorno fioriscono come funghi costose scuole private finanziate con risorse sottratte alla scuola pubblica e la competizione fra insegnanti viene assunta a valore universale mentre il lavoro cooperativo fra corpo docente, allievi e famiglie finisce per essere irrilevante.

Ebbene la riforma che saremo costretti ad abitare da qui in avanti porta a compimento tutto ciò che fino a ieri erano solo temuti presagi.  Come sia possibile veleggiare verso un sistema scolastico simile a quello americano è presto detto: con un ricatto generalizzato.

Primo ricatto: alla scuola pubblica non saranno “mai più garantite tutte le risorse necessarie al suo funzionamento”. Le risorse mancanti quindi, dovranno essere coperte dalle famiglie, dagli sponsor, da privati cittadini, dal 5 per mille attribuito alle singole scuole.

Secondo ricatto: il vecchio preside diventa a tutti gli effetti il deus ex machina, inappellabile, e senza contrappesi, di ogni decisione, di ogni scelta anche didattica oltre che amministrativa che riguardi la scuola. Niente di meno che un amministratore delegato con il potere di scegliere “la propria squadra” di insegnanti, attingendo da un albo regionale coloro che meglio risponderanno al progetto di scuola che ha immaginato. E se ne uscirà una scuola leghista o creazionista, una scuola povera o ricca dipenderà in larga misura da lui.

Terzo ricatto: ogni insegnante sarà tenuto all’obbedienza assoluta, pena non venire più prescelto dall’albo regionale con la conseguenza di finire magari lontanissimo da casa, in una scuola senza risorse e senza futuro. In questo modo la libertà di insegnamento è perduta, il libero scambio di idee, il confronto critico, l’apprendimento consapevole cancellati.

Quarto ricatto: la regolarizzazione degli insegnanti precari in cambio della contemporanea approvazione dell’intera riforma ha portato alle conseguenze che oggi tutti possiamo toccare con mano. L’esodo forzato di migliaia di insegnanti costretti ad abbandonare le proprie famiglie in cambio di un tozzo di pane. Insegnati di sostegno e supplenti che a migliaia già oggi mancano all’appello, per non parlare del personale ATA ridotto al lumicino.

Quinto ricatto: otto deleghe in bianco su ogni restante aspetto della vita scolastica. In pratica è come se il  governo dicesse: “da qui in avanti decido io e solo io”.

La scuola cambia verso e come dicevamo guarda all’America:

di questo passo è facile prevedere cosa accadrà nell’arco di pochi anni. Prolifereranno le scuole private per chi potrà permettersele, fioriranno le scuole pubbliche di lusso nei quartieri bene delle città e si moltiplicheranno le scuole pubbliche senza risorse e senza speranza nei quartieri popolari e nelle periferie povere. Scuole di serie A e scuole di serie B, scuole per la classe dirigente e scuole per le classi meno abbienti. Un salto indietro di decenni. Cresceranno le disuguaglianze in modo drammatico, di nuovo accadrà che i figli dei dottori faranno i dottori mentre i figli degli operai faranno gli operai.

Cari genitori, cari studenti e care studentesse

Sappiamo bene che la televisione racconta altre storie, ma noi vi facciamo una proposta: verificate chi dice bugie studiando la legge 107/2015, che potete trovare facilmente nel sito della Camera dei Deputati.

Se lo farete siamo certi che ci ritroveremo insieme, noi insegnati-genitori con voi, famiglie di ogni provenienza e censo, studenti e studentesse, persone semplicemente sensibili e accorte, nel tentativo di respingere questo orrido viaggio verso la scuola delle disuguaglianze al fine di restituire alla nostra scuola pubblica il ruolo che la Costituzione le ha assegnato: Piero Calamandrei ebbe a definirla Organo Costituzionale della Repubblica, capace di garantire a milioni di ragazze e di ragazzi il diritto di poter godere di un istruzione di assoluta qualità e accessibile a tutti in egual misura.

Questo noi vogliamo. Lo vogliamo per noi, lo vogliamo per voi, lo vogliamo per il nostro Paese.

I vostri insegnanti

 

Per informazioni scrivere a assembleascuolebo@gmail.com

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